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Perugia, Italy, 11-15 April 2018

April 13, 2018

Aldo Moro secondo Marco Damilano: conoscere l’uomo per capire la sua politica

Giovedì 16 marzo 1978, ore 9.25: il giornale radio RAI interrompe le trasmissioni per dare il primo annuncio del sequestro dell’On. Moro. “Una notizia che ha dell’incredibile, dell’inaudito, che eppure sembra vera”. Così Marco Damilano, direttore de L’Espresso, apre il suo incontro nella serata del 12 marzo, in una Sala dei Notari che registra il tutto esaurito.

Damilano, in piedi davanti all’iconico leggio, ripercorre la vita di un personaggio che ha segnato la politica italiana come Aldo Moro. Con il suo libro “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia” (Feltrinelli), però, ripercorre anche un po’ la vita di un’intera generazione. Damilano porta il suo personale ricordo di quella giornata. Frequenta la quinta elementare e il suo scuolabus al mattino si ferma qualche istante proprio davanti a quella siepe all’incrocio tra via Fani e via Stresa, che sarebbe a breve divenuta tristemente celebre. “Il 16 marzo 1978 i bambini di tutte le scuole italiane hanno conosciuto la guerra”, i telefoni squillano e i genitori portano a casa i figli. L’unico a rimanere in classe è proprio Damilano. Il motivo? Il padre era un giornalista e chi fa questo lavoro reagisce in maniera opposta rispetto a tutti gli altri di fronte a una situazione di crisi: invece di scappare ci va incontro, per raccontare i fatti.

Nel corso della serata vengono mostrati in sala filmati e fotografie storiche, quasi tutti conservati all’archivio Flamigni, che vedono Moro in compagnia degli esponenti politici e dei personaggi più influenti che ha incontrato nel corso della sua carriera politica.

Definito dalla critica il politico della lentezza, veste sempre in doppio petto nero, impeccabile. Ed è così che lo stesso Damilano lo ricorda. Qualche anno prima dell’agguato, infatti, il padre lo porta in una chiesa per fargli vedere colui che definisce “una persona importante per il paese”. Amava iniziare le sue giornate così, pregando in ginocchio e ovviamente vestito di scuro. Era un modo per riconoscere che quel potere che l’ha portato ad essere Presidente del Consiglio e guida del partito di maggioranza poteva venire meno da un momento all’altro.

Così è stato nel periodo tra il giorno del sequestro e quello del ritrovamento, avvenuto il 9 maggio in una Renault 4 rossa. Per chi è nato dopo quel drammatico episodio, la storia di Aldo Moro si svolge tutta nell’arco di quei 55 giorni. Damilano sottolinea, invece, l’importanza di andare indietro, per fare quello che lo Stato non ha saputo fare: raccontare chi era Moro, la sua politica e ciò che ha perso l’Italia.

“Un vero outsider, a 29 anni è deputato dell’Assemblea Costituente e fa parte della Commissione dei 75 che scrive la Costituzione”. La sua carriera, quindi, inizia presto e ciò gli permette di vivere appieno anni così cruciali per la storia del nostro paese. Nel suo ultimo discorso politico lascia “una delle definizioni più acute e drammatiche dell’Italia”: da anni ormai c’è qualcosa di guasto e arrugginito nella politica. Quella che gli si prospetta è una vera e propria situazione di emergenza, dal punto di vista sia dell’ordine pubblico e sia del contesto sociale, minato da rabbia e impazienza.

Per Moro, ciò che fino a quel momento ha salvato la democrazia non è il potere politico, ma la “flessibilità”, cioè la capacità di capire gli eventi al di là dei rapporti di forza. È necessario procedere con cautela, passo passo come un funambolo sospeso nel vuoto.

Nonostante l’impegno politico, Moro non smette mai di essere un professore universitario, tenendo le sue lezioni a La Sapienza di Roma anche in crisi di governo. Damilano sottolinea come il rapporto con gli studenti l’abbia portato a capire il ‘68 e le contestazioni giovanili più di qualunque altro politico.

In quanto uomo di potere, sono in molti a rivolgersi a lui, specie giornalisti. Alcuni gli scrivono per raccomandazioni, perché bastava una sua parola a far decollare una carriera. Moro risponde alle lettere di tutti. È anche da queste lettere che si capisce a fondo la sua personalità. La sua produzione non si ferma nel periodo della prigionia in mano alle Brigate Rosse, anzi. Le sue sono lettere scritte seduto su una branda, su carta straccia che si fa fatica a conservare perché usurata dalle indagini e dai processi, oltre che dal tempo. “Uno stato quindi che non riesce a ricordare e conservare le parole di un esponente che ha contato così tanto nella storia”, si rammarica Damilano.

La sua figura si può considerare un punto di svolta per l’Italia: “Moro è stato le nostre Twin Towers”. Con la sua scomparsa “finisce il potere onnipotente della politica e inizia il potere fragile. I suoi funerali sono anche i funerali di quella Repubblica e di quei partiti”. Tra tutti gli scatti storici che lo immortalano, però, Moro viene ricordato per gli ultimi due: maniche di camicia e drappo rosso alle spalle. “Un uomo di stato così elegante è stato consegnato alla storia in maniche di camicia.”

Dopo aver mostrato la scena finale del film “Buongiorno, notte” di Bellocchio, un Marco Damilano visibilmente emozionato saluta il suo pubblico. Lunghi applausi accompagnano l’uscita del direttore de L’Espresso, che invita tutti all’appuntamento di sabato con Propaganda Live, alle 22 al teatro Morlacchi.