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ABUSI

April 13, 2018

Da #metoo a #quellavoltache: il movimento di protesta contro le molestie sessuali e il dibattito in Italia

Al Teatro della Sapienza è stato affrontato un tema caldo, quello delle molestie sessuali e degli abusi rimasti per troppo tempo coperti da un vero e proprio muro di omertà.

Ad Ottobre 2017, dopo due articoli pubblicati rispettivamente dal New York Times e dal New Yorker, in America scoppia il caso Weinstein. Decine di donne tra attrici, collaboratrici e dipendenti, accusano il famoso produttore americano di abusi e molestie sessuali.

Nel giro di poche ore, dopo che l’attrice Alyssa Milano utilizza per la prima volta l’hashtag #metoo, questo viene rimbalzato da altri utenti per più di 200,000 volte. E’ un fiume in piena: una cascata di denunce che interessano non solo il mondo del cinema ma anche quello dell’arte, della tecnologia e dei media. Nessuno ne è escluso. Vengono fatti molti nomi importanti, ai vertici di posizioni di potere, e, nel giro di poco tempo, molti dei denunciati si ritrovano senza lavoro. Si tratta di quello che The Atlantic definirà “The Harvey Effect”.

Gli effetti dello scandalo americano varcano i confini degli Usa e il silenzio viene rotto anche in altri paesi del mondo. Non sembrerebbe essere però il caso dell’Italia: qui sono stati fatti pochi nomi e, nonostante alcune denunce, come quella di Miriana Trevisan e delle attrici intervistate da Dino Giarrusso per il programma Le Iene, e nonostante l’analogo hashtag #quellavoltache lanciato da Giulia Blasi, il dibattito si è incentrato soprattutto sulle vittime, troppo spesso all’insegna del discredito. Ne è seguito uno scarso approfondimento da parte dei media più importanti, i quali hanno, non di rado, declassato il tema al grado di semplice gossip. Come è possibile?

Questa è la prima domanda che la giornalista freelance Claudia Torrisi, chiamata a moderare il dibattito, ha posto agli speaker: la giornalista e inviata Rai Tiziana Ferrario, la conduttrice e autrice radiofonica, televisiva nonché redattrice senior de Il Tascabile, Giulia Blasi, l’inviato della trasmissione Le Iene, Dino Giarrusso, e la giornalista e scrittrice Flavia Perina.

Ferrario tiene a precisare che l’argomento e il movimento hanno origine ben prima dello scandalo Weinstein. Già durante la campagna presidenziale del 2016, l’allora candidato Donald Trump si era mostrato piuttosto “violento” e una parte delle donne americane avevano iniziato a preoccuparsi. A Gennaio 2017, dopo la sua elezione a Presidente degli Stati Uniti, sono circa 500mila le donne che sfilano a Washington, così come in altre città americane e nel resto del mondo con l’obiettivo di “di mandare un messaggio coraggioso alla nuova amministrazione nel suo primo giorno in carica.”

Ma già prima c’erano stati altri scandali, come quello del giornalista di Fox News, Roger Ailes, o lo scandalo della Silicon Valley, esploso dopo che un gruppo di giovani donne hanno denunciato il fatto di essere state costrette a subire molestie e abusi in cambio di finanziamenti per le loro start up. E le conseguenze sono state evidenti e ferme fin da subito: negli Usa sono stati licenziati anche coloro che sapevano e non hanno fatto nulla.

In tutti questi casi la stampa americana è stata al fianco delle donne, incominciando ad approfondire la questione con delle inchieste già dopo le prime denunce. E le conseguenze sono state evidenti da subito: non sono stati presi provvedimenti solo nei confronti dei molestatori ma anche contro coloro che sapevano e sono rimasti in silenzio. E’ iniziata così una vera e propria rivoluzione che non si è più fermata e il movimento #metoo è stato solo un passaggio di tutto questo.

In Italia questo non è accaduto. Dopo le interviste di Giarrusso e le accuse al regista Fausto Brizzi, dopo le dichiarazioni di Asia Argento, la stampa non si è schierata al loro fianco. Si è spostata invece l’attenzione sul fatto che l’intervista de Le Iene fosse più una sorta di processo mediatico o si è attaccato l’attrice italiana perché ha rivelato i fatti con molto ritardo, quando avrebbe potuto farlo prima. Il mondo dell’informazione italiana si è comportato in modo da avvolgere quanto emerso in una sorta di cortina di fumo, minimizzano la portata sociale e politica delle dichiarazioni rilasciate dalle vittime.

Secondo Flavia Perina la ragione di questo atteggiamento sta nel fatto che il mondo del femminismo americano è molto indipendente e, quando si è trattato di muovere accuse, non ha guardato in faccia nessuno. Inoltre la mobilitazione delle donne americane si è caratterizzata per la sua trasversalità, senza nessuna specifica connotazione politica. Il femminismo italiano sembra essere molto più legato a precise sponde politiche, dipendendo da un circuito che ha una precisa connotazione ideologica.

Ma questo non è un problema di destra o sinistra, ma un problema di uomini di potere e di come gestiscono il loro rapporto con le donne.

Secondo Giarrusso però il problema non è solo di appartenenza politica ma è anche economico. Il cinema vive di contributi pubblici, spesso ben al di sopra delle proprie possibilità e sono sempre i soliti a gestire i soldi. E da questo deriva un altro grande problema: in Italia, se si decide di fare un nome, sopratutto se si è agli inizi, si corre il serio rischio di rovinarsi la carriera.

In Italia spesso vengono affidati alle donne ruoli marginali, mentre su temi importanti o quando si tratta di affidre posizione strategiche le donne sembrano improvvisamente sparire. E anche i giornali tendono a uniformarsi a questo trend.

Bisogna però precisare che non tutti, anche nel mondo dell’informazione, hanno adottato questa linea di condotta. Giulia Blasi, in seguito alle dichiarazioni di Asia Argento e della Trevisan, ha lanciato l’hashtag #quellavoltache e lo ha fatto pochi giorni prima del lancio di quello americano. “Abbiamo intercettato una corrente di rabbia e di repressione molto forte”, ha detto la Blasi e da lì è nato un gruppo che si pone al di fuori dei collettivi e della politica. Il gruppo è costituito da donne che provengono da tutte le aree politiche e ci sono anche molti uomini, che non si rispecchiano nelle pratiche e regole tradizionali da rispettare. Il gruppo, già molto attivo, è diventato poi un vero e proprio gruppo d’azione, giungendo a un punto di svolta significativo, sperando che “i vari femminismi confluiscano di nuovo in un movimento di massa”, perché c’è un’intera generazione da recuperare e un “testimone da passare alla ragazze più giovani”.

Cosa si può fare? Per Tiziana Ferrario ci sono una serie di azioni da mettere in atto, che bisogna portare avanti, nonostante la resistenza di cui parla la Blasi, al fine di promuovere e rafforzare il ruolo delle donne nella società, a partire da alcuni temi importanti come la parità salariale. E a iniziare dovrebbero essere proprio le donne che già occupano posizioni di potere e responsabilità.