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Perugia, Italy, 11-15 April 2018

politica

April 15, 2016

La politica al di là del cinismo: intervista a Marco Damilano

Marco Damilano è direttore dell'Espresso, editorialista del programma di approfondimento "Propaganda Live", saggista e insegnate della Scuola Holden. Al Festival Internazionale di giornalismo è venuto a parlare del caso Moro a 40 anni dai fatti, cercando di spiegare le conseguenze che quei tragici avvenimenti hanno avuto sulla storia del nostro Paese.

Come ti sei avvicinato al giornalismo e perchè ti sei poi dedicato a quello politico?

La scelta di occuparmi di politica è quasi precedente a quella di voler diventare giornalista. La scintilla scattò quando avvenne il sequestro di Aldo Moro, io avevo 9 anni e mi passò davanti una grande storia che era sia di cronaca che di politica. Sin da quel momento mi ha affascinato meno raccontare la vicenda di un singolo politico, anche ce ne siano stati molti che ho ammirato, che raccontare la politica in generale.

Nonostante la passione per il giornalismo politico sia stata precoce ho poi cominciato a praticarlo  relativamente tardi. Mi sono laureato in scienze politiche e ho cominciato a scrivere verso i 25 anni.

Ho cominciato scrivendo di politica per il settimanale dell'azione cattolica che si chiamava Segno 7. Fino a 10 o 15 anni fa la professione del giornalista non era sfaccettata come oggi e le figure professionali erano limitate; le alternative erano sostanzialmente due: o si lavorava per un grande giornale facendo piccole cose, oppure si lavorava per un piccolo giornale occupandosi anche delle questioni più grandi.  Ho svolto il  praticantato a Segno 7 e sono diventato giornalista professionista. Mi sono poi dimesso a seguito della censura di un mio pezzo che venne eliminato dal giornale per ragioni politiche.

Finita la collaborazione con Segno 7 ho cominciato a collaborare con altre testate come giornalista di politica tra cui l'Espresso che al tempo era diretto da Giulio Anselmi, nel quale venni assunto alcuni mesi dopo.

E' idea diffusa che la politica sia sempre più lontana dai cittadini, ma il tuo evento di ieri sera sulla politica è andato soldout. Pensi che i giornali e i giornalisti possano ancora costituire il tessuto connettivo tra società e politica che pare essersi consumato?

Credo che un vizio comune tra i giornalisti sia quello di scimmiottare le forme tipiche dei settori di cui si occupano. Ci sono dei giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria che scrivono come i magistrati oppure giornalisti di esteri che scrivono editoriali come fossero dispacci diplomatici. I giornalisti di politica spesso hanno il tic di immergersi nei retroscena e nelle trame tipiche del mondo politico, alienandosi il pubblico che vede in loro delle persone più ciniche dei politici stessi.

Svelare il cinismo e la torbidità della politica è parte del lavoro del giornalista che però deve riuscire a non farsi contaminare dall'ambiente, anche per poter raccontare la parte nobile della politica.

Questo è quello che ho cercato di fare con il libro su Aldo Moro, mostrare che la politica è una grande vicenda umana, fatta di passioni, scontri, vicende tragiche, dove non tutto è cinismo e non tutto è in vendita.

Credo quindi che il giornalismo debba cercare di ridare dignità al racconto delle dinamiche della politica senza però immedesimarsi ad esse fino a esserne sopraffatto.

L'anno scorso nel tuo libro hai processato il "nuovo" e oggi vediamo che una delle risposte degli imputati è quella di un ritorno al passato. Il fattore nostalgia sembra essere un trend in diffusione in tutto il mondo. Pensi che si imporrà come retorica politica dominante?

Inizio dicendo che io non condivido questo sentimento di nostalgia. Va detto che è molto ambiguo. Ad esempio l'elezione di Trump e la Brexit hanno rappresentato un gigantesco tentativo di tornare indietro ma più in generale se vi guardate attorno, in tanti altri ambiti già si capiva, e questo dopo l'uscita del mio libro Processo al nuovo, questo successo del passato. A me interessa il perché il vecchio ritorna e quali sono le debolezze del nuovo più che accusare e dire: ecco, si vuole tornare indietro ecc. Quando questa nostalgia si manifesta, che è un fenomeno di marketing, di ricerca del passato, significa che il nuovo ha qualcosa che non va, anche se la parola "nuovo" affascina sempre tantissimo. Tuttavia negli ultimi anni è come se avesse cambiato segno e semanticamente è diventata qualcosa da temere. Quando parliamo di nuovo, parliamo di riforme che tagliano dei diritti, posti di lavoro che si perdono, robotizzazione. Pensiamo solo a come la rete che era il simbolo del nuovo stia già diventando l'immagine di ieri: Zuckerberg sul banco degli accusati in quello che c'è di più vecchio, ovvero il Congresso degli Stati Uniti, come se fosse la grande rivincita del vecchio. Ma anche come al singolo utente arriva il senso di avere in mano uno strumento che prima era la grande agorà che univa persone di tutto il mondo e adesso invece ha paura perché ha consegnato i propri dati in mano a quelle che vengono percepite come agenzie di spionaggio.  Tutto questo è molto ambiguo e ha decisamente indebolito quelli che si presentano solo come "nuovo" e infatti anche in italia le due forze che si presentano come nuovo, anche se la Lega è in questo momento il partito più antico, sono un mix tra nuovo e vecchio: hanno leader giovani, strumenti nuovi ecc. ma le proposte fondanti invece sono vecchie: la chiusura delle frontiere da una parte e il reddito di cittadinanza dall'altro, il quale è la risposta antica a una novità che viene percepita come pericolosa ossia una società che avrà un reddito senza lavoro perché questo non ci sarà più. Quindi anche i nuovissimi si sono posti il problema di trasformarsi in qualcosa di vintage: Di Maio addirittura nel suo look è vintage, piuttosto che un internauta degli anni duemila si presenta come un ragazzo del sud degli anni cinquanta che emigra verso la possibilità di un grande successo.

In tutto questo, la sinistra italiana ora non ha sviluppato una vera e propria retorica nostalgica, cosa che invece ha fatto la destra...

Perché la sinistra rispetto a tutto questo discorso è proprio scissa tra il vecchio vecchio, ossia Liberi Uguali, Sinistra Italiana e insomma tutto quel mondo lì, quello che non c'è più, con le mummie dei vecchi partiti, il culto della simbologia antica, e il nuovo nuovo ovvero la ricetta renziana per la quale tu fai tabula rasa del passato: identità leggere che non abbiano zavorre, fino a diventare però molto superficiali.

Mentre, e qui sei vuoi c'è un senso positivo di nostalgia, se c'è una cosa di cui essere nostalgici di quella vecchia politica, sicuramente quella di Moro. Una politica in cui le parole abbiano un senso, una profondità, dove si sappia che dietro un fenomeno di superficie c'è qualcosa di profondo e che la stessa politica o il giornalismo sappiano leggere e interpretare. Le parole hanno un peso: tre minuti fa il Presidente della Repubblica è uscito dalle consultazione e ha detto la parola "stallo". Se lo dice uno come Mattarella, "stallo" ha una pesantezza, perché non è lo show che si è visto ieri (conferenza stampa Salvini e Berlusoni, ndr) che era finalizzato solo a trasformare la consultazione in uno spettacolo.