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INTERNATIONAL JOURNALISM FESTIVAL
Perugia, Italy, 11-15 April 2018

intervista

April 12, 2018

Non abitiamo il mondo, ma i media

La pagina Wikipedia di Alberto Abruzzese lo definisce come sociologo ma il professore universitario preferisce chiamarsi mediologo. In questa intervista ci spiega quale sia la differenza e l'importanza dei media nella nostra società.

Potrebbe spiegarci cosa significa esattamente essere mediologo?

Ci tengo molto a definirmi mediologo. In passato sarei stato definito sociologo della comunicazione ma in questa definizione la parola forte che restava era quella del sociologo. L'idea da tempo è che questa formula non sia più corretta perché la sociologia nasce nel momento in cui si creano degli strumenti per interpretare la società. Tuttavia oggi la nostra esperienza è prevalentemente filtrata e immersa nella realtà mediale e questo comporta che studiare il mondo oggi significa studiare i media. In altre parole, noi non abitiamo più il mondo ma i media.

Quale è stato il suo ruolo all'interno della conferenza #PlacesThatMatter?

Questa iniziativa, voluta dal grande marchio Whirlpool, è un perfetto oggetto di studio. Sono intervenuto a proposito del lavoro complesso che è stato fatto e sulle voci registrate grazie alle interviste. Le immagini e le storie sono state selezionate non secondo il criterio prettamente estetico ma attraverso una sequenza narrativa.

La Whirlpool ha commissionato una rappresentazione di sé che dovesse rappresentare valori; è evidente che il quadro non corrisponde interamente alla realtà dell'impresa ma quello che trovo significativo è stato la ricchezza di suggestioni che venivano prevalentemente dalla valorizzazione del lavoro come emancipazione, trasmissione padre-figlio, coincidenza tra sentimento e luogo della famiglia-fabbrica, mentre oggi di solito il mondo del lavoro è ritratto in modo negativo.

Il progetto è di tipo fotogiornalistico e prevede l'uso dell'immagine e della parola: qual è il peso e il valore dell'una e dell'altra?

In questa ricerca immagine e parole si controbilanciano molto bene. Ci sono da fare delle distinzioni: con la fotografia ci si può permettere un gioco molto sofisticato tra rappresentazione di qualcosa che si può dare come oggettivo e intrusione del soggettivo, l'interpretazione e lo sguardo di chi scatta. La parola invece partecipa a un gioco che deve sottostare alle regole del linguaggio e dal momento in cui è registrata all'editing prevede una serie di passaggi. Credo che l'uso della parola però sia stato fondamentale per questo progetto; le traduzioni scritte rendono molto bene l'esperienza del vivo, le emozioni.

Com'è cambiato il ruolo dei media nel giornalismo?

Il giornalismo ha alle spalle una lunga storia e si è creato una sua deontologia con vocazione della rappresentazione della realtà. In passato il giornalismo doveva anche essere impegnato e avere un taglio critico sulla realtà. Penso che al tempo il giornalista avesse margini di autonomia personali più ampi perché poteva mantenere una certa distanza per l'apparato per cui lavorava e il mezzo su cui lavorava. Oggi invece il peso dei media è talmente importante, anche al di là del giornalista stesso, che il rapporto di forza è in mano ai media. Il giornalista anche quando esibisce una sua particolare aggressività polemica entra nel gioco del mercato dei media che gli consente di mostrare una sua personalità particolare.