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INTERNATIONAL JOURNALISM FESTIVAL
Perugia, Italy, 11-15 April 2018

INTERVISTA DOPPIA

April 13, 2018

Il nostro fotogiornalismo

Da una collaborazione tra la giornalista Laura Leonelli e Alessandro Imbriaco, il progetto di #placesthatmatter

Laura Leonelli, giornalista per il Sole 24 ore e Alessandro Imbriaco, fotografo, hanno lavorato insieme per il progetto #placesthatmatter. In un'intervista doppia raccontano cosa significhi unire la parola e l'immagine e la loro concezione di fotogiornalismo.

Come siete stati coinvolti nel progetto?

A: ho partecipato a una selezione e il mio modo di fotografare è stato scelto tra diverse proposte. Dopo alcune direttive generali di Whirlpool, la costruzione del percorso si è fatta insieme in maniera molto libera.

L: per me non è stata la prima esperienza di corporate e la garanzia di un alto margine di libertà sullo svolgimento del progetto derivava dalla presenza di Magnoni, con cui avevo già lavorato per Nestlè. Il fatto che lui proponesse un intervento simile a quello precedente mi ha rassicurata.

A livello professionale sono molto legata alla scuola Zavattini, che sosteneva che ognuno ha una grande storia. Il neorealismo nasce da questa idea: ogni persona ti racconta la Storia all'interno della storia. Ho fatto mia questa lezione di giornalismo e per questo ho trovato il progetto interessante. Se parli con le persone, le storie vengono fuori.

Quanto è importante l'aspetto visivo, l'immagine, nel giornalismo di oggi?

A: è complicato a dirsi. Negli ultimi 15 anni il rapporto tra immagine e giornalismo è completamente cambiato, c'è stato uno sbilanciamento: l'immagine non funge più da testimonianza, ma sempre di più da punto di vista su qualcosa. Il lavoro del fotogiornalista di un tempo, che si recava in un luogo che doveva essere raccontato, non esiste più. La primavera araba è stata in questo un grande insegnamento: il mestiere del fotografo come lo conoscevamo non esiste più, il tipo di linguaggio fotogiornalistico è stato messo in crisi dalla presa diretta dei cellulari.

Non si può ragionare più sulla singola immagine, ma sulla serie. Non si deve più sintetizzare con un'immagine, ma essere complessi, aggiungere continuamente elementi di comprensione  piuttosto che dare risposte rassicuranti a chi le legge.

Cosa significa raccontare storie attraverso uno scatto, Alessandro, e qual è il peso e il significato di ogni singola parola in un testo concentrato in una didascalia, Laura? E come avete collaborato?

A: Laura incontrava le persone prima che io scattassi e creava dei rapporti forti con chi avremmo fotografato. Io mi sono occupato di cercare di restituire un visione delle fabbriche e delle comunità che le ospitavano. Il mio lavoro fotografico non è stato propriamente narrativo ma un tentativo di ricostruzione dei posti in cui ci siamo recati. Ho provato a compiere una sintesi fotografica che non raccontasse una storia ma suggerisse una presenza.

L: Anche Mario Peliti ha lavorato insieme a noi. Faceva un sopralluogo da un punto di vista fotografico, informava Alessandro sia sul sito industriale sia sulla realtà intorno. Avevo una lista di persone con cui avevo parlato che poi Alessandro avrebbe dovuto fotografare. In Sudafrica abbiamo lavorato tutti insieme ed è stato vincente, avevamo ritrovato il binomio più stimolante: quello della scrittura e fotografia. Se si crea un incontro tra chi deve ricostruire la storia, il risultato finale funziona. Quando siamo arrivati in Sudafrica avevamo delle aspettative, un immaginario: cercavamo una storia forte, vuoi sapere, conoscere. In questo senso il fotogiornalismo è come tracciare delle storie.

Quali sono le caratteristiche per un buon fotoreportage?

A : Personalmente mi interessa un approccio iconografico, creare una foto che costruisca un immaginario di un luogo, o che stravolga quello tipico.

In questo senso non credo di fare fotoreportage, o per lo meno non quello che si intende con la definizione tipica. Il fotoreportage è un linguaggio più che un aspetto specifico giornalistico. Io credo che si possa fare giornalismo anche con un lavoro che non utilizza quel tipo di linguaggio.

Un esempio è stato Corpi di reato, un lavoro sulle mafie di tipo giornalistico, attuale, d'inchiesta svolto insieme ad altri fotografi. Abbiamo provato a restituire una riflessione su un fenomeno che ha perso visibilità oggigiorno, mentre anni fa, quando uccideva quotidianamente, costituiva un' urgenza. Oggi quella storia è diventata un'iconografia dalla quale si possono prendere le distanze, ma si possono ancora fare delle immagini che rievochino quel fenomeno attraverso il quotidiano o un linguaggio differente.