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Perugia, Italy, 11-15 April 2018

April 12, 2016

Il giornalismo è attivismo

Il legame tra diritti umani e informazione spiegato dal portavoce  di Amnesty International Italia Riccardo Noury

Amnesty International Italia dal 1961 si occupa di diritti umani nel nostro paese e nel mondo. Secondo il suo portavoce Riccardo Noury, il giornalismo è uno strumento fondamentale per la lotta alle ingiustizie e significa fare attivismo.

Quali sono i giornali che considera dei punti di riferimento?

Fare delle classifiche è sempre molto difficile, noi come Amnesty non lo facciamo con i Paesi, e nemmeno con i giornali. Preferisco le testate che hanno l'obiettivo di informare su quello che accade nelle "periferie del mondo",  in quei luoghi spesso ignorati, perché riesco ad avere un'informazione a 360 gradi. Credo ci sia un deficit nell'informazione generale, anche qui in Italia e questo è un peccato perché il giornalismo ha aiutato Amnesty a nascere. Amnesty International infatti è nata nel 1961 proprio grazie ad un articolo.

Nella stampa italiana vedo troppa attenzione sui fatti nazionali, soprattutto di politica, mentre c'è poco interesse per lo scenario internazionale. La Stampa è il giornale che si distingue meglio per il suo lavoro sugli esteri e i suoi reportage. Per quanto riguarda le testate internazionali seguo The Guardian e un columnist di The Independent, Robert Fisk, che è stato il primo ad arrivare nel Kurdistan siriano e a raccontare delle condizioni del paese.  In Italia mi informo su Avvenire, perché ha una redazione di esteri competenti, fa un lavoro al servizio dei diritti umani e ha una grande attenzione per la persecuzione della comunità cristiana nel mondo.

Qual è la condizione della libertà di espressione nel mondo?

I rapporti di Amnesty International testimoniano le pressioni che la libertà di stampa subisce e si può facilmente comprendere la ragione: la colonna sonora dei regimi è il silenzio (silenzio verso il potere, verso i centri economici e verso la criminalità organizzata) e non appena qualcuno rompe questo silenzio si nota immediatamente.

... e in Europa?

Quello che trovo preoccupante è che l'Europa non sia una zona di conforto per i giornalisti, i quali spesso vengono minacciati o messi sotto scorta. Quando vengono assassinati, come nel caso di Daphne Caruana Galizia a Malta o di  Jan Kuciak in Slovacchia, ti rendi conto che non c'è un luogo in cui sia facile dire di essere giornalista, non c'è un tempio sacro. Quell'etichetta Press che i reporter mettono sulla pettorina in realtà spesso significa "sto rischiando la vita".

Cosa significa per lei fare giornalismo?

Spesso si è detto che un giornalismo che perde la sua neutralità non sia di qualità. Io invece credo che il giornalismo neutrale non esista, il suo ruolo è quello di raccontare storie, deve parlare di diritti, dare voce a chi non ha voce, e questo non significa perdere neutralità: la causa dei diritti umani è di per sé neutra, non è come la militanza politica. Il giornalismo corretto è per me quello che parla di diritti umani, perché questo non significa avere un obiettivo politico. Quando Anna Politkovskaja svolgeva le sue inchieste non lo faceva con lo scopo di scalfire il potere in Russia ma per denunciare le violazioni dei diritti umani.

La denuncia deve essere circostanziata e obiettiva. Da questo punto di vista le storie delle persone sono vere e proprie testimonianze e raccontarle significa fare giornalismo attivista. Il reporter in questo senso per me è un attivista dei diritti umani.